Un giorno all’UCLA: il primo articolo di Federico Buffa

A grande richiesta, pubblichiamo il primo articolo di Federico Buffa, pubblicato sul numero 32 di Superbasket dell’11 ottobre 1979. Ne parla Luca Chiabotti nella quarta puntata di Basket Classico, che potete ascoltare qui:

Un giorno all’UCLA

Se chiedete a un americano di paragonare gli States al resto del mondo vi dirà che sono di gran lunga più avanzati ma che tra essi c’è uno stato che, in proporzione, sta entro certi limiti al resto degli Stati Uniti come l’Europa sta all’America: la California e la sua capitale tecnologica Los Angeles. A “El-Ei” potete trovare, per dirne una, una chiesa drive-in, cioè si può sentir Messa comodamente seduti in macchina. Ma tutto ha dell’incredibile, è un mondo in tremenda evoluzione che mitizza e distrugge rapidamente. Ma c’è un’eccezione: l’UCLA.

Per lo sperduto italiano amante del basket, si tratta di una specie di mito, e andarci è una conferma corroborante. A me è capitato di andarci due anni di fila, e credo che per un ventenne “occidentalizzato” sia ciò che di più eccitante si possa trovare. Il campus è deliziosamente situato a Westwood, un quartiere a nord ovest di Los Angeles a due (relativi) passi dall’oceano che è meta di molti studenti in surf. L’impatto col viale principale è traumatico: sulla sinistra c’è il celebre Pauley Pavillion cui si può impunemente accedere. Il parquet assai ampio e curato quotidianamente è circondato da circa 10 mila poltroncine da cui si vede perfettamente mentre il soffitto è imbandierato in blu e giallo, i colori del college, con gonfaloni commemorativi di ciascuna vittoria nella NCAA. Sulla destra si entra in un grande locale con un lato quasi completamente occupato da una bacheca in vetro con gli innumerevoli trofei vinti da UCLA e il papiro del John Wooden’s Day. Americanate? Sarà, ma in fondo si vede la firma autenticata del sindaco di Los Angeles con questo proclama: in quel giorno, quasi si fermava totalmente per il leggendario allenatore una zona che va come da Como Varese. Ci siamo capiti?

Uscendo è tappa d’obbligo andare ai campi scoperti della Ucla che d’estate sono un pullulare di celebrità e di altri sconosciuti califfi che non sfigurano per nulla. Se il Pauley è un trauma iniziale, questi campi ti danno il colpo di grazia. Quest’anno ho subito riconosciuto il grande Wilt Chamberlain che insieme a un negrone mica da ridere si trastullava con questo passatempo: tirare a una mano (una pala da mulino!) da circa metà campo tenendosi in equilibrio su un piede solo. Le percentuali erano alte e l’incredibile era che l’altro negrone era quasi più forte. Timidamente ho chiesto allora chi fosse: “solo” Dave Greenwood, prima scelta di Chicago ex UCLA e numero due al draft. Già questo sarebbe bastato a chiunque se non che, dall’altra parte del campo, ci sono due mie conoscenze dello scorso anno: Marques Johnson e Rich Washington che si allenano a tirare. Seguo Johnson, 25 punti a partita per i Bucks: segna anche 15 volte di fila. Poi Washington, un centro-ala coi fiocchi, fa l’uno contro uno agli undici canestri contro un bambino di dieci anni alto un metro e mezzo e si impegna abbastanza.

Parte un fischio di Chamberlain e si organizza un tre contro tre con queste terne: Wilt, Johnson e James Wilkes, un senior di UCLA tanto per gradire, contro Greenwood, Washington e un clamoroso ragazzino della high school che, alla seconda azione, schiaccia in faccia a Wilkes con una naturalezza incredibile. Particolare non trascurabile, l’altezza del “Kid” è 1.75. Gioco spumeggiante ma ordinato e Chamberlain, che ha delle caviglie piccolissime e schiaccia quando vuole ogni pallone a tre metri dal canestro, è talmente sacro che Greenwood segnala agli amici fuori campo una sua infrazione di passi ma non ha il coraggio di dirlo al santone. Morale: tre partite a zero per la squadra di Wilt.

Sul campo di fianco si gioca normalmente ad un campo, e chiunque può e deve giocare: persino Johnson e Washington, se li sfidiamo io e Aldo Giordani, o accettano o se ne devono andare. Questa è la regola. Giuro che non esagero. Il problema è che nessun bianco, se non si sente più che forte, non lo farà mai! Le regole sono diverse: c’è il famoso passo di partenza che ti impedisce di marcare il tuo avversario da vicino e tante altre regole e costumanze come quella che chi segna un tiro di riscaldamento riceve automaticamente la palla da chi è sotto canestro ad aspettare il rimbalzo. L’anno scorso ho segnato sette volte di fila, il che non sarà un granché, ma sotto canestro c’era Sidney Wicks! Agosto e settembre non sono mesi per il basket, anche se ci sono casi come quello di Tomjanovich e Ann Meyers a tener desta l’attenzione. Meyers altri non sarebbe poi che una riservata signorinetta cui io e un mio amico abbiamo chiesto di fare un due contro due, impressionati da lontano dalla bellezza del tiro (non ti accorgi da lontano che è una donna poiché porta i capelli corti e perché tira come o meglio di un uomo) e perché avevamo finalmente trovato un fisico che fosse accessibile ai nostri mezzi da italianuzzi. Allora non sapevamo chi fosse e fortunatamente ci disse cortesemente di no risparmiandoci una decina di stoppate con palla che torna a centrocampo.

Ma non c’è solo il basket, anzi! In una camera del mio piano ci sono due giocatori di football. Li ho seguiti in allenamento che si tiene al campo del College (a differenza delle partite che si giocano al monumentale Coliseum che però ha il torto di trovarsi di fianco al campus della USC mortale nemica). E qui arriva il bello. I giocatori si autoeccitano con continui applausi e grida per sopportare il caldo fatica e, molto probabilmente, oltre agli applausi usano qualche cosa d’altro tanto che di quando in quando scoppia qualche scandalo per la presenza di eccitanti nel college. Ciò potrebbe risultare abbastanza strano in uno stato come la California dove si può prendere una multa e andare (quasi) sotto processo come è capitato al sottoscritto solo perché avevo attraversato col rosso una strada del campus. A piedi, s’intende: deserta e all’una di notte.

Nella foto in alto: la squadra di UCLA campione NCAA del 1973.

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