Da Costa a Costa, stagione 4

In un 2020 ricco di appuntamenti per gli Stati Uniti, alle prese con le elezioni presidenziali, non potevamo lasciarvi senza Da Costa a Costa, il popolare podcast di Francesco Costa sulla politica americana. La quarta stagione comincia sabato 11 gennaio e andrà avanti per tutto il 2020. Ogni quindici giorni, sempre di sabato, troverete una puntata dedicata a grandi storie del presente e del passato che inseriscono in un contesto più ampio la cronaca febbrile della campagna elettorale e ci permettono di conoscere meglio gli Stati Uniti d’America.

Da Costa a Costa sarà disponibile su Spreaker, Apple Podcasts, Spotify e su tutte le app per l’ascolto.

La newsletter settimanale, invece, servirà a raccontare e spiegare cosa accadrà prima, durante e dopo le elezioni per la Casa Bianca.

Da Costa a Costa – che ora ha anche un sito: http://dacostaacosta.net – è gratis, ma tutto quello che serve per realizzarlo ha un costo: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature e software per registrare e montare gli episodi, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e servono soprattutto tempo e lavoro. Dal 2015 questi costi sono ripagati dai contributi offerti spontaneamente da lettori e ascoltatori. Vi chiediamo, quindi, di farlo ancora: se i contenuti di “Da Costa a Costa” vi piacciono, se li trovate utili, interessanti e di buona qualità, valutate la possibilità di fare una donazione attraverso http://dacostaacosta.net/sostieni.

Ascoltate le puntate:

Ormai ci siamo. Tra poco Donald Trump e Joe Biden condivideranno lo stesso palco, e davanti a decine di milioni di americani – e centinaia di milioni di persone di tutto il mondo – cercheranno di spiegare cosa hanno in mente per il futuro degli Stati Uniti e di mostrarsi più efficaci, più forti, più brillanti e più pronti dell’avversario.
I dibattiti televisivi saranno, per Trump, un’occasione irripetibile per provare a rimontare lo svantaggio. Per Biden sarà una sfida particolarmente impegnativa, perché Trump non è un candidato come gli altri. Anzi: è un candidato diverso da tutti gli altri. Nel corso dei confronti televisivi che ha affrontato nel 2016 Trump aveva interrotto i suoi interlocutori, li aveva presi in giro e insultati, più volte non aveva rispettato le regole precedentemente concordate e aveva anche travolto tutti con una quantità senza precedenti di informazioni false.
Come si fa a dibattere con un politico così, e magari provare anche a uscirne vincitori? Che cosa farà Biden per metterlo in difficoltà? Quali sono i punti di forza e i punti deboli di uno e dell’altro?I dibattiti televisivi saranno, per Trump, un’occasione irripetibile per provare a rimontare lo svantaggio. Per Biden sarà una sfida particolarmente impegnativa, perché Trump non è un candidato come gli altri. Anzi: è un candidato diverso da tutti gli altri. Nel corso dei confronti televisivi che ha affrontato nel 2016 Trump ha interrotto i suoi interlocutori, li aveva presi in giro e insultati, più volte non aveva rispettato le regole precedentemente concordate e aveva anche travolto tutti con una quantità senza precedenti di informazioni false.
Come si fa a dibattere con un politico così, e magari provare anche a uscirne vincitori? Che cosa farà Biden per metterlo in difficoltà? Quali sono i punti di forza e i punti deboli dell’uno e dell’altro?

Quando ripensiamo a quello che accadde negli Stati Uniti diciannove anni fa, l’11 settembre del 2001, l’immagine dalla quale è impossibile sfuggire è quella degli aerei di linea che si schiantarono dentro le torri del World Trade Center di New York. Tutti sapevano che qualcosa stava per cambiare per sempre, ma non erano in grado di immaginare nemmeno cosa sarebbe successo dieci minuti dopo. Anche perché gli aerei distrutti su Manhattan erano solo un pezzo di quella storia: un altro aveva colpito il Pentagono, e un altro ancora, il volo United 93, precipitò in un campo vuoto in Pennsylvania.
La storia di quel volo, e soprattutto del perché non si schiantò dove avrebbe dovuto, ci permette di capire perché l’11 settembre ci impressiona ancora in questo modo. Se è normale, persino se è giusto o se forse non sia esagerato, che ci impressioni ancora così tanto. Quale segno e quale eredità ha lasciato nelle nostre vite. E poi una cosa particolarmente attuale: in che modo ha segnato la successiva campagna elettorale, quella del 2004.

Madre indiana, padre giamaicano, cultura ed esperienza di vita afroamericana in uno dei posti più bianchi degli Stati Uniti, ma frequentando le scuole per neri, i templi induisti e le chiese battiste. Procuratrice progressista, ma non si capisce se abbastanza o troppo poco. Candidata alle presidenziali con grandissime aspettative, ritirata prima dell’inizio delle primarie. Kamala Harris viene etichettata in molti modi diversi, ma nessuna semplificazione riesce davvero e descriverla: e oggi che concorre per aggiungere al suo nome un titolo e un incarico più grande di tutti gli altri che ha avuto fin qui – vicepresidente degli Stati Uniti d’America – ed entrare nella storia del Paese, la campagna elettorale si fonderà inevitabilmente anche sulle cose che ha detto e che ha fatto fin qui. Un ritratto intricato e ricco di sfumature: il miglior modo di farsi un’idea è conoscere la sua storia.

Ogni campagna elettorale americana è scandita da alcuni momenti – le candidature, le primarie, il Super Tuesday, i confronti televisivi – e uno dei più importanti e famosi arriva in estate: le convention. Decine di migliaia di persone riunite per quattro giorni in una grande baracconata di palloncini e propaganda, ma anche l’occasione per prendere decisioni fondamentali sul programma del partito, per assistere a scontri politici durissimi, contestazioni inaspettate e discorsi che possono cambiare la storia della nazione. È già successo.
Per quanto oggi qualcuno pensi che siano obsolete, la storia delle convention ci mostra che possono essere molto utili per misurare la temperatura del partito, per osservarne i cambiamenti, le scelte, le strategie e soprattutto la direzione futura. Per capire da che parte stanno andando. Quest’anno le convention iniziano il 17 agosto, e saranno molto diverse da quelle del passato. Un motivo in più per capire a cosa bisogna stare attenti.

Da più di cinquant’anni, negli Stati Uniti gli spot televisivi sono l’architrave di qualsiasi campagna elettorale, e rappresentano sempre la principale voce di spesa di qualsiasi persona che si candidi alla presidenza. Fino a questo momento tutti i candidati alla presidenza nel 2020, primarie comprese, hanno speso un miliardo e mezzo di dollari per trasmettere spot televisivi. E poi ci sono i moltissimi altri prodotti e diffusi da comitati politici indipendenti, associazioni, organizzazioni non governative.
Gli spot televisivi sono ancora oggi lo strumento che permette di rivolgersi al maggior numero possibile di americani, a prescindere dalle loro differenze culturali e di stili di vita. Ce ne sono di moltissimi tipi diversi e con moltissimi toni diversi: tanti passano inosservati, ma alcuni fanno discutere per settimane, spostano l’opinione pubblica e cambiano il corso delle campagne elettorali. Tutto è cominciato davvero nel 1964, quando le immagini di una bambina che sfogliava i petali di una margherita e il genio di un pubblicitario di Madison Avenue hanno cambiato per sempre gli spot politici americani.

In questi mesi Bill Gates è diventato per molti l’uomo che ha creato il Coronavirus, oppure che vuole sfruttarlo per guadagnare un sacco di soldi, oppure che vuole approfittarne per mettere la popolazione mondiale sotto il suo controllo, oppure che ha già brevettato il vaccino, oppure che vuole iniettarci del mercurio nelle vene e controllarci attraverso le reti 5G (?!). Ma c’è davvero qualcosa di controverso o sospetto nelle attività filantropiche di Bill Gates e nelle sue iniziative legate alla pandemia? Perché uno dei più generosi, ambiziosi ed efficaci filantropi al mondo è diventato l’uomo dietro ogni teoria del complotto sul coronavirus?
Cercare di capire le ragioni e i meccanismi che hanno portato a questa situazione è un buon modo per ragionare sulla vita e sulle scelte di un imprenditore di straordinario successo, delle attività e dimensioni senza precedenti della sua fondazione benefica e soprattutto su di noi: sul perché le teorie del complotto nascono, attecchiscono e circolano così tanto, e cosa possiamo fare per contrastarle.

Se è vero che il razzismo negli Stati Uniti va molto oltre i comportamenti individuali ed è il frutto di una storia secolare di oppressione dei neri con tutta la forza dello Stato – ed è vero – allora è vero anche che le persone che negli Stati Uniti dicono o pensano ancora cose razziste lo fanno per ragioni che hanno più a che fare con il fortissimo e tossico lascito culturale di questa storia, per l’ambiente in cui sono vissuti, per i modelli che hanno avuto, piuttosto che per i loro limiti personali. Il movimento “Black Lives Matter” sta già ottenendo risultati promettenti, ma una parte del suo successo dipenderà dalla persuasione oltre che dalla forza. Almeno una parte delle persone che dicono o pensano ancora cose razziste non va sconfitta: va convinta. Anche le loro idee – sbagliate e da superare – vanno inquadrate come parte di una storia secolare. L’ultima volta che qualcuno ci ha provato era il 2008. L’allora senatore Barack Obama, nel momento più complicato della sua prima campagna elettorale, pronunciò un discorso che fu definito istantaneamente “storico”.

È nato in una fattoria dell’Alabama senza acqua ed elettricità, isolato dai bianchi e senza poter nemmeno prendere un libro in prestito in biblioteca. È diventato da giovanissimo uno dei leader nazionali del movimento per i diritti civili degli afroamericani. È stato arrestato e picchiato decine di volte, senza mai reagire o perdere la pazienza. Dal 1986, e ancora oggi, è un deputato eletto ogni due anni in Georgia. La storia straordinaria di John Lewis ci mostra quanto sia cambiata e migliorata la condizione degli afroamericani negli Stati Uniti, e soprattutto per mezzo di quali azioni e sacrifici, come le tre marce di Selma del 1965. Ma ci racconta anche quanto sia vicinissimo a noi il passato secolare di schiavitù e segregazione che continua ad avere conseguenze gravi sugli afroamericani, visto come hanno imbevuto di razzismo non solo le teste delle persone ma soprattutto le leggi, le città, le consuetudini, il funzionamento stesso della società.

Dopo che nel 2016 Donald Trump ha vinto le elezioni ribaltando i pronostici, è difficile capire come comportarsi, stavolta, con i sondaggi delle elezioni presidenziali: e dopo che quattro anni fa molti hanno sbagliato pensando che “Trump non può vincere”, molti oggi pensano che “Trump non può perdere”, pure se i sondaggi lo danno in svantaggio.
Ma quindi sappiamo già come andrà a finire? I sondaggi non servono proprio a niente? E dato che, volenti o nolenti, nei prossimi cinque mesi sentiremo parlare moltissimo di sondaggi, come possiamo capire di quali possiamo fidarci e di quali no, e cosa ne possiamo trarre? Cerchiamo di scoprirlo innanzitutto comprendendo a cosa servono i sondaggi, e poi facendoci aiutare da Lorenzo Pregliasco, co-fondatore dell’istituto demoscopico Quorum e del magazine YouTrend. Pregliasco ci darà qualche dritta concreta per leggere i sondaggi come li leggono gli esperti.

Nove anni fa il più famoso e ricercato terrorista al mondo, il leader di al Qaida, l’uomo che aveva progettato decine di attentati sanguinari contro i civili, fu trovato e ucciso in Pakistan dalle forze speciali americane. Se le cose fossero andate male, molti soldati americani sarebbero morti, i rapporti col Pakistan sarebbero stati compromessi, la figuraccia globale sarebbe stata gigantesca e l’allora presidente Barack Obama avrebbe dato ragione a chi lo considerava ingenuo e inesperto. La storia di quell’operazione – che contiene anche un personaggio non scontato: Donald Trump – può insegnarci qualcosa sul ruolo del presidente e sul modo in cui esercita la sua leadership.

L’epidemia da coronavirus è il più grande evento globale dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, e può accelerare grandi cambiamenti geopolitici che erano già in corso prima che arrivasse il Covid-19: la grande ascesa della Cina verso la leadership globale e la ritirata degli Stati Uniti dallo scenario internazionale. Se all’inizio dell’epidemia sembrava che proprio la Cina potesse risultarne particolarmente danneggiata, oggi le cose sono cambiate: il fatto che Pechino sembri in grado di uscirne prima degli altri e l’aggressività con cui il suo governo sta portando avanti la cosiddetta “diplomazia delle mascherine” suggeriscono che le cose potrebbero andare diversamente. E restituirci tra qualche anno un mondo in cui la Cina ha preso il posto degli Stati Uniti.

Quando si parla del sistema politico americano, si dice che la sera delle elezioni, negli Stati Uniti, si conosce già il nome del vincitore. È vero, ma anche questa regola conosce delle eccezioni: nel 2000 le cose andarono in maniera molto diversa. La contesa tra Al Gore e George W. Bush fu così equilibrata da mandare in tilt i network televisivi e trascinarsi per settimane in una disputa politica che si trasformò poi in una battaglia legale, e fu infine decisa e risolta dai tribunali. Potrebbe succedere ancora.

Nell’estate del 1979 la situazione negli Stati Uniti era grave. A causa di una pesante crisi energetica le stazioni di servizio erano quasi tutte chiuse; le poche ancora aperte vendevano la benzina a prezzi astronomici, e con code lunghe chilometri. Gli scioperi degli autotrasportatori facevano scarseggiare le merci nei supermercati. L’aumento del prezzo del carburante aveva fatto crescere tutti i prezzi, tante aziende erano fallite, decine di migliaia di persone erano state licenziate. Tantissime altre, senza benzina, erano bloccate in casa. In questo contesto, dopo essere misteriosamente sparito dalla circolazione per dieci giorni, il presidente Jimmy Carter pronunciò dalla Casa Bianca un discorso che – nelle sue intenzioni – avrebbe dovuto cambiare l’America. La storia personale dell’uomo che sfiderà Donald Trump alle elezioni presidenziali di novembre si incastra con il momento che stanno vivendo gli Stati Uniti in un modo che ha pochi precedenti. Joe Biden ha avuto quattro vite diverse, colme tanto di grandi successi quanto di enormi tragedie, come un unico grande romanzo: molti di noi ne conoscono soltanto due.

La storia personale dell’uomo che sfiderà Donald Trump alle elezioni presidenziali di novembre si incastra con il momento che stanno vivendo gli Stati Uniti in un modo che ha pochi precedenti. Joe Biden ha avuto quattro vite diverse, colme tanto di grandi successi quanto di enormi tragedie, come un unico grande romanzo: molti di noi ne conoscono soltanto due.

La storia di un uomo che ha attraversato quarant’anni di storia americana da posizioni marginali, per ritrovarsi al centro del mondo nell’ultima fase della sua carriera. Ora che le elezioni primarie del Partito Democratico sono entrate nella fase decisiva, Sanders dovrà decidere come giocarsi quelle che potrebbero essere le sue ultime mosse.

Sono stato in Iowa e in New Hampshire nei giorni delle primarie, viaggiando per centinaia di chilometri da una città all’altra e da un comizio all’altro. Ho osservato tutti i candidati e soprattutto i loro sostenitori, attivisti, elettori: le persone che sceglieranno chi sfiderà Trump. In questo episodio vi racconto quello che ho imparato.

I risultati ottenuti nel recente passato ai caucus dell’Iowa da due candidati del Partito Democratico, rimasti nella memoria degli americani in modi diversi ma entrambi istruttivi e leggendari, mostrano perché anche queste primarie non vadano giudicate soltanto dal loro risultato finale.

Alla fine del 2019, per la terza volta nella storia degli Stati Uniti, un presidente (Donald Trump) è stato messo formalmente in stato d’accusa. Il precedente più recente e famoso è quello di Bill Clinton, accusato nel 1998 di aver mentito al Congresso sulla sua relazione extraconiugale con Monica Lewinsky: una storia ricca di colpi di scena ed esemplare dei grandi cambiamenti politici, mediatici e culturali avvenuti negli Stati Uniti negli ultimi venti anni.

ll 20 novembre del 1969 ottanta persone occuparono l’isola di Alcatraz, nota per ospitare al largo di San Francisco il più famoso carcere di massima sicurezza al mondo, quello da cui nessuno era mai riuscito a evadere. Ci restarono un anno e mezzo.
Gli occupanti facevano parte della più derelitta delle minoranze statunitensi: i nativi americani (o bisogna chiamarli “indiani d’America”, oppure ancora “indigeni”?). La loro storia e la storia dell’occupazione ci permettono di affrontare il tema fondamentale attorno al quale gira quasi tutto nella politica americana, nel 1969 come nel 2020: l’identità.